La scala del conflitto: perché quello che funziona all'inizio peggiora le cose dopo

Un conflitto aziendale non è uno stato, è un percorso. E ogni gradino richiede una mossa diversa.

Due reparti che non si parlano più. Un fornitore con cui ogni scambio di email è diventato una schermaglia. Un socio con cui non si riesce più a chiudere una decisione.

La reazione tipica dell'imprenditore è metterli in una stanza e far chiarire. A volte funziona. Altre volte peggiora tutto, e non si capisce perché — visto che la volta prima aveva funzionato.

La ragione è che un conflitto non è uno stato: è un percorso con dei gradini. E la mossa giusta al terzo gradino è la mossa sbagliata al settimo.

Come si scende

Esiste un modello, sviluppato da Friedrich Glasl, che descrive nove fasi di escalation. Non serve conoscerle tutte a memoria: serve riconoscere le tre soglie che le separano, perché ciascuna cambia radicalmente cosa è possibile fare.

Prima soglia: si può ancora vincere insieme

All'inizio c'è una divergenza su un tema concreto. Le posizioni si irrigidiscono, la discussione si accende, ma l'oggetto del contendere è ancora la questione.

Qui basta quasi sempre poco: un chiarimento sui fatti, un confronto strutturato, una decisione presa da chi ha l'autorità per prenderla. Entrambe le parti possono uscirne senza perdere la faccia.

È la fase in cui l'intervento costa meno e rende di più. Ed è anche quella in cui quasi nessuno interviene, perché sembra roba da poco.

Seconda soglia: si passa dalla questione alle persone

Qui succede la cosa decisiva: l'oggetto del conflitto smette di essere il problema e diventa l'altro.

Non si discute più su come organizzare il magazzino: si discute su chi ha ragione. Compaiono le alleanze, il reclutamento di terzi, il recupero di torti vecchi. La reputazione entra nel gioco, e da quel momento cedere non significa più cambiare idea: significa perdere.

Le tecniche della fase precedente qui non funzionano più. Mettere le parti in una stanza a chiarire, senza una struttura e senza un terzo che conduca, diventa un'occasione per aggiungere danni. Serve una mediazione vera: qualcuno che tenga il processo e non prenda posizione sul merito.

Terza soglia: si accetta di perdere pur di far perdere l'altro

Nell'ultima parte della scala la logica si rovescia. L'obiettivo non è più ottenere qualcosa: è che l'altro non ottenga. Si accettano danni propri pur di infliggerne.

Chiunque abbia visto una causa fra soci portata avanti per anni con costi legali superiori all'oggetto del contendere sa esattamente di cosa parlo.

A questo livello non c'è mediazione che tenga: serve una decisione strutturale. Separare le funzioni, cambiare i riporti, sciogliere il rapporto. Non è una sconfitta del management: è il riconoscimento che il costo di tenere insieme ha superato il beneficio.

Perché serve saperlo prima

La conseguenza pratica di questo modello è controintuitiva ma decisiva: l'intervento tempestivo non è una questione di sensibilità, è una questione di costo.

Nella prima fascia un conflitto si risolve con una conversazione. Nella seconda serve un professionista e qualche settimana. Nella terza si risolve con una riorganizzazione o una separazione, con i costi che comporta.

Lo stesso identico disaccordo, affrontato con sei mesi di ritardo, cambia ordine di grandezza.

Il segnale da tenere d'occhio

Se dovessi indicare un solo indicatore da monitorare, è il passaggio dal cosa al chi.

Finché le persone dicono «questa soluzione non funziona», si è nella prima fascia. Quando cominciano a dire «con loro non si riesce a lavorare», la soglia è stata superata — e da quel momento ogni settimana che passa alza il costo dell'intervento.

È un segnale che si sente in riunione, e non richiede strumenti. Richiede solo che qualcuno stia ascoltando.

Come lavoro sui conflitti organizzativi →

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