Quest'anno l'intelligenza artificiale ti è costata quasi niente. Non perché costi poco.

Le funzioni comparse nel gestionale e nella posta oggi le paga il fornitore. Quando smetterà, sarà un costo variabile dentro un budget costruito su canoni fissi.

C'è una domanda che in questo momento mette in difficoltà quasi tutti gli imprenditori a cui la faccio: quanto ti costa l'intelligenza artificiale in azienda?

La risposta onesta, quasi sempre, è che non si sa. E fino a oggi non è stato un problema, perché la cifra era tanto piccola da non meritare una riga.

Nessuno l'ha comprata, ed è già dappertutto

Prova a ricostruire come è entrata.

Nel gestionale, a un aggiornamento, è comparso un riepilogo automatico delle commesse. Nella posta, la risposta suggerita. Nel CRM, la scheda cliente che si scrive da sola dopo la visita. Negli strumenti di produttività, il verbale della riunione prodotto senza che nessuno lo scriva.

Nessuna di queste cose è passata da una decisione. Non c'è stato un preventivo, non c'è stata una riunione, non c'è stata una firma. Non è una svista di controllo interno: non c'era niente da decidere, perché non costavano niente in più. Erano incluse nel canone che pagavi già.

E questo, per un anno, è stato comodo per tutti. Le persone hanno cominciato a usarle senza chiedere il permesso, e il beneficio — dove c'è stato — è arrivato senza passare da un progetto. È esattamente il modo in cui una tecnologia entra in azienda quando entra davvero.

Chi la sta pagando adesso

Il 17 agosto, su Harvard Business Review, Stacia Garr — cofondatrice e analista principale di RedThread Research — ha spiegato perché è andata così.

I fornitori di software gestionale e di produttività stanno assorbendo in silenzio il costo dell'infrastruttura che serve a far girare quelle funzioni: le schede grafiche, l'elaborazione di ogni singola richiesta, il consumo per ogni interazione. Le presentano come incluse, senza contatore, in omaggio. È una strategia di acquisizione: si regala la funzione perché diventi un'abitudine.

Garr osserva che quel modo di presentarle produce, in chi compra, «una falsa sensazione di sicurezza sul budget e sull'operatività». E scrive che quest'era sta finendo, con il passaggio verso addebiti legati al consumo effettivo.

Va detto con precisione cos'è quel pezzo, perché conta: è un'analisi di scenario, non una rilevazione. Non c'è un campione, non ci sono aziende intervistate, non c'è un numero. È il ragionamento di chi osserva quel mercato di mestiere, e va preso per quello che è.

Il numero arriva lo stesso giorno, da un'altra parte

Lo stesso 17 agosto, Gartner ha diffuso una previsione che dà una misura a quel ragionamento: il costo di elaborazione per singolo flusso di lavoro automatizzato aumenterà di oltre cinque volte entro il 2028. E nello stesso periodo il prezzo unitario di quell'elaborazione — quello che si paga per la singola unità di testo trattata — calerà del 95% entro il 2030.

I due numeri sembrano contraddirsi. Non si contraddicono, e capire perché è tutto il punto. Gartner lo chiama illusione della deflazione.

Il motivo è nella differenza fra le due cose che oggi chiamiamo con lo stesso nome. Un assistente che risponde a una domanda legge la richiesta e produce una risposta: un passaggio. Uno strumento che porta a termine un compito — controlla la disponibilità, confronta due documenti, si accorge di un'incongruenza, torna indietro, riprova — ne fa decine, e secondo Gartner consuma da cinque a trenta volte di più. Il prezzo del singolo passaggio scende in fretta. Il numero di passaggi cresce più in fretta.

Anche qui serve onestà sul tipo di affermazione: è una previsione di una società di analisi, non una misura su un campione di aziende. Dice la direzione, non l'importo. Nessuno può dirti oggi quanto pagherai fra due anni, e chi te lo dice sta vendendo qualcosa.

Perché è un problema di controllo, non di tecnologia

Il problema non è che quel costo salirà. Un aumento si tratta, si rinegozia, al limite si subisce e si mette a budget.

Il problema è che cambia natura. Oggi in azienda il software è un canone: una cifra fissa, annuale, prevedibile, che si scrive nel budget a settembre e resta quella. Un costo legato al consumo è un'altra cosa: varia ogni mese, dipende da quanto si usa, e quanto si usa non lo decide chi fa il budget. Lo decidono venti persone, una richiesta alla volta, senza che nessuna di loro stia autorizzando una spesa — perché nella loro testa, giustamente, non la stanno autorizzando.

È lo stesso meccanismo di cui ho scritto a proposito dei termini di pagamento concessi a fine trattativa: un costo reale che non compare in nessuno dei posti dove qualcuno guarda, e che quindi si manifesta molto più tardi e molto più lontano dal punto in cui è stato generato.

Con una differenza che peggiora le cose. Sui termini di pagamento, almeno, qualcuno ha detto sì. Qui non ha detto sì nessuno.

Il contatore si costruisce adesso, che costa zero

Non serve rinunciare a niente, non serve vietare niente, non serve rinegoziare oggi un contratto che oggi va bene. Serve una cosa sola: costruire il termine di paragone finché è gratis costruirlo.

In pratica, tre passaggi, e nessuno richiede uno strumento nuovo.

  • L'inventario. Elenca i due o tre abbonamenti su cui, nell'ultimo anno, sono comparse funzioni di intelligenza artificiale. Non tutti: quelli su cui qualcuno le usa davvero.
  • La riga per ciascuno. Chi le usa, per fare cosa, quante volte in una settimana normale. Un ordine di grandezza basta e avanza: «l'amministrazione le usa ogni giorno sui documenti in arrivo» è un dato utile, «il commerciale ci ha provato due volte a marzo» lo è altrettanto.
  • La domanda al fornitore, prima del rinnovo. Quali funzioni oggi incluse possono passare a un prezzo legato al consumo, con quanto preavviso, e misurate su quale unità. Fatta per iscritto, non a voce: la risposta serve fra un anno, quando nessuno si ricorderà la telefonata.

Un'azienda di quaranta persone chiude questo lavoro in un pomeriggio. Non produce un rapporto: produce mezza pagina, che resta in un cassetto finché non serve.

Cosa compra quel pomeriggio

Compra la possibilità di decidere invece di subire.

Il giorno in cui arriva una fattura di rinnovo diversa dalle precedenti, senza quella mezza pagina hai due strade e sono cattive entrambe. La prima è pagare, perché non hai nessun modo di sapere se l'importo è congruo con quello che l'azienda ha davvero consumato: non hai un termine di paragone e non puoi costruirlo a posteriori. La seconda è spegnere la funzione, e scoprire che nel frattempo tre persone ci hanno costruito sopra il proprio modo di lavorare — e che il risparmio te lo ripaghi in ore.

Con quella mezza pagina, invece, la conversazione con il fornitore cambia di segno: sai quante volte al mese quella funzione viene usata, sai chi la usa, e sai quale parte del lavoro si fermerebbe senza. Sono le tre cose che servono per trattare, ed è l'unico momento in cui puoi raccoglierle senza pagarle.

Il punto

Quello che non misuri torna come costo. Di solito con la fattura di rinnovo, e sempre nel momento peggiore per accorgersene.

La particolarità di questa voce è che oggi il dato costa zero, perché il servizio costa zero. Fra un anno costerà quanto costa qualunque misurazione fatta sotto pressione, cioè molto: si farà di corsa, su dati parziali, mentre qualcuno chiede di decidere entro venerdì.

Non capita spesso di poter misurare una cosa prima che diventi un problema. Vale la pena approfittarne finché la finestra è aperta.

Come funziona il metodo TIMONE →

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